Testi critici


2012 | Strutture da Richiamo per Venti e Vuoti d’Aria

“Struktur & Immaterialitat” Kunstlerhaus, Klagenfurt (Austria)

Trenta gabbie da richiamo appese ai rami di un grande albero. Utopia e allo stesso tempo metafora del sogno impossibile di fermare qualcosa di immateriale ed evanescente come il vento, o meglio sarebbe dire, i venti. Perchè al di là Description[/feature]di ogni orientamento, classificazione, nome o direzione, sempre e comunque di una sola ed unica sostanza si tratta. Un’essenza impossibile da ingabbiare, ed ogni tentativo una distinzione puramente formale. Un gioco di pieni e di vuoti, immateriale come pure legato alla matericità della forma che allude simbolicamente al tema del viaggio, alla sua leggerezza quasi sospesa e allo svelamento sempre imminente della sua intima illusione.

Davide De Bona

 

 

2012 | Sca-le(im)mo-bi-li

11.12 Rassegna di Arte Contemporanea, Cervignano del Friuli (Udine)

La città, uno spazio sonoro, una partitura disarmonica, pur sempre una sequenza di note, sette: un numero primo, arcano e misterioso attraverso il quale le più svariate discipline del sapere umano sembrano vibrare all’unisono con le più antiche,”basilari” e dimenticate tradizioni spirituali. Dalle note allo spettro cromatico, dal suono al colore, il blu: una tensione costante verso l’alto, l’assoluto, l’infinito, passando attraverso la de-contestualizzazione di uno tra i più comuni degli oggetti di uso quotidiano, uno strumento primario, ancestrale, ancorato ad una società e ad un modo di vivere basati entrambi su valori semplici, fondamentali, e in quanto tali eterni e intramontabili: la scala. Un ritorno all’origine, a quel nucleo essenziale privo di incrostazioni e sovrastrutture, un’elevazione che converga necessariamente in un unico punto nel tentativo forse utopico di approdare a quel “non-luogo” e di assaporare – fosse anche per un solo istante – quell’essenzialità e quella purezza, in definitiva quel silenzio dopo il quale sarà forse possibile (ri)apprendere ad ascoltare.

Davide De Bona

 

 

L’Arte ai tempi della crisi

Il lavoro di Flavio Da Rold è un’installazione collocata vicino al vecchio lavatoio lungo I’Aussa- e già il luogo è significativo: uno di quei retaggi del passato, si diceva all’inizio, che sopravvivono nel tessuto della città attuale e, qui in particolare, vengono a costituire come un’isola, una zona di pausa, defilata dai circuiti più trafficati. L’installazione è costruita con una serie di scale, sette, che si intrecciano tra loro. L’idea si collega al tema proposto in origine agli artisti e muove dalla scala musicale basata su sette note. Le scale sono fatte a mano, secondo i metodi artigianali usati nel Bellunese dove Da Rold vive; anche il legno è di quelle parti e, lasciato al grezzo, suona come un canto al lavoro con le mani e con le cose, alla terra, ai boschi, a un mondo di saperi concreti e artigianali che, come per il lavatoio, non c’è più. C’è però anche una sonorità più recondita, che si arricchisce della densità simbolica del sette: sette sono le scale, alcune dipinte di azzurro, colore spirituale per eccellenza, che smaterializza la natura greve, concreta e terrestre del legno; in una di esse i pioli sono sostituiti da tubi trasparenti riempiti di pigmenti colorati, i colori – sette – dell’arcobaleno. Questo intreccio di azzurro, colori e legno si protende verso l’alto: un cammino spirituale, un’ascesa che, come nel sogno di Giacobbe, parte dalla terra e dalla materia (il legno, la pietra del selciato), e raggiunge il cielo e l’ aria. Come a dire che in quella materia lavorata da mani sapienti c’è il segreto di un rapporto armonico tra uomo e natura di cui possiamo, dobbiamo riappropriarci.

Chiara Tavella

 

 

2010 | Cose & Figure

Centro Culturale “Aldo Moro”, Cordenons (Pordenone)

Viaggio Analogo.

cordenonsVaria e stimolante, suggestiva nella ricerca di simboli forti e provocatori, la produzione di Flavio Da Rold attraversa diverse fasi ben riconoscibili a partire dagli anni Settanta fino a oggi. A volte si tratta di “stagioni”, cioè di periodi in cui l’autore pare suggestionato da richiami, idee capaci di addensare attorno a sé il fare artistico e di porre interrogativi, all’artista prima e al fruitore poi. Andrà precisato intanto che la sua attività si articola su diversi ambiti, e anche questo è un segno di una ricerca inesausta di possibilità espressive: la pittura a volte non pare sufficiente e irrinunciabile diventa il richiamo dell’installazione, di forme dinamiche, tridimensionali, abitabili del fare arte. Anche se i temi, come vedremo, rimangono in definitiva gli stessi, semmai sperimentati e giocati in forma nuova per saggiarne la tenuta concettuale.

Ma pare interessante proprio questa interazione che viene a instaurarsi inevitabilmente fra i due livelli e l’arricchimento che ne consegue: qui forse la cifra del nostro artista, fedele a sé nella diversità dei modi. Partirei, per raccontare delle sue stagioni, da certi paesaggi che più si accostano ai modi del fare pittura, al limite del figurativo. Paesaggi striati, monti e campi segnati da linee, quasi zigrinature di colore, quasi giochi astratti di linee. Ma anche qui il quadro è già installazione se è vero che le tele si compongono a due, tre in una modularità potenzialmente infinita che sa più di evento che di galleria.

Anche per la serie forse più consistente dell’artista, cioè per i quadri più spiccatamente astratti fatti di campiture dense, di linee enigmatiche o a tratti provocatorie, la tela sembra un limite: da un lato la composizione cromatica tende di suo a debordare dai limiti, ma anche qui paiono interessanti soprattutto le composizioni modulari come l’esperimento dei cubi astratti, componibili in una serie infinita di combinazioni che esalta se serve l’astrazione del dipingere. In questa linea di osmosi forse vanno intesi anche inserti di altro tipo, là dove cioè nella pittura stessa trovano spazio caratteri, ritagli di giornale. Altri artisti lo fanno, certo, ma qui pare in certo senso un richiamo della pittura verso altro, un richiamo verso la vita come si svolge in questo mondo (giornali, scritte di pacchi, sigle non sono solo inserti di testo ma icone del mondo reale). Questo dialogo diretto fra realtà e tela percorre la produzione di Da Rold. Penso per prima cosa a quadri tematici come quelli legati all’acqua dove all’astrazione del dipinto risponde il realismo esplicito di scritte come H20, wasser, acqua, quasi il bisogno di un raccordo diretto fra tela e referente, oggetto. Un percorso analogo, forse rovesciato, si rileva in alcuni dipinti-installazioni giocati sul tromp l’oeil: finestre che sono in realtà dipinti oppure finestre vere in cui i vetri accolgono gamme di colori e diventano altro, diventano loro stesse quadro. O ancora misuratori di livello protesi verso l’acqua ma giocati su sfumature di colore fino a fame esperimento d’arte. Proprio il colore, l’intera tavolozza, cioè l’emblema per eccellenza della pittura, è reso concreto quando si fa oggetto e popola le installazioni. E’ questo gioco fra funzione e dipinto che catalizza la riflessione artistica, che produce opere in cui il gioco dei colori non pare autosufficiente ma richiede di sostanziarsi strizzando l’occhio al reale. A volte il percorso è rovesciato e il reale stesso finisce per perdere la sua “funzionalità” a contatto con l’operazione artistica. Proprio in questo senso credo si possa leggere la serie più recente, forse quella più caratteristica di Da Rold, cioè la serie delle “scarpe”. Scarpe che in effetti non sono scarpe ma forme di scarpe, ed è un elemento interessantissimo: si tratta infatti di oggetti sostitutivi, pre­ oggetti, finzioni. Le scarpe alluderebbero all’andare, forse, avrebbero una valenza simbolica, ma ecco che l’oggetto si svuota: quella che era una scarpa è un antecedente, è la scarpa in assenza, e appare per lo più “appesa a un chiodo”, ferma su un tronco, un sostegno, magari dipinta, inchiodata, mosaicata ma resta al tempo stesso richiamo ad un andare inesauribile. Magari , come accade in certe installazioni, moltiplicata all’infinito, in una serie appesa a un filo che sembra ascendere in alto, verso il nulla. Questo gioco di sostituzione diventa demolitore, diventa una provocazione quando si arriva alle forme trafitte di chiodi, alle forme alate (parodia, al limite, dei calzari che possono essere ben alati, almeno nel mito). Al di là del riferimento all’infanzia dell’artista (il padre calzolaio, le forme come primi giocattoli), colpisce la forza e l’insistenza su certi simboli, radicati così a fondo da divenire sfraghìs, marchio riconoscibile e caratterizzante. La forma e il passo sono fra l’altro misura delle cose, modalità per interpretare e adattare il mondo, gioco di pieni vuoti che diventa gioco dell’essere-non essere (”sulle sue orme si posano i miei passi”, dice Da Rold parlando del padre). In questo interscambio fra pittura e oggetto anche la realtà resta in qualche modo svuotata: emblematiche certe tele che rappresentano una “veste” sospesa, nemmeno appesa, su uno sfondo-parete del tutto vuoto e uniforme (la “veste” è ricordo della madre, ci svela lo stesso Da Rold, ed ecco ancora una volta la dialettica inesausta fra origine, ricordo, e attualità, universalità di un simbolo). Il soggetto anche qui è assente come assente era nella serie delle forme da calzolaio. La conferma viene da certe installazioni suggestive dove alberi surreali, tronchi dipinti di blu, tengono sospese foglie-pietre: un reale che si sovverte, si rovescia e in tal modo si rivela come vuoto misterioso. Ma ancora di più forse quando su un declivio erboso l’installazione mostra pietre legate, impedite nel loro naturale rotolare a valle, potente metafora di un’assenza e di una sospensione dell’esserci, istante bloccato dall’artista per porre la domanda fatale sulle cose, sull’essere.

Paolo Venti

 

 

2009 | Salire: Viaggio, Luce, Utopia

“Solartsimposyum” Installazione permanente per la città, St. Veit / Glan (Ausrtia)

St.-Veit

Innalzarsi, salire verso l’alto per guardare le cose da un’altra prospettiva, trascenderla per sconfinare in una dimensione differente è sempre stato per l’uomo un sogno irrinunciabile ed ancestrale. La scala, strumento antico, semplice ed essenziale (un termine che attraverso metafore ed astrazioni apre a dimensioni semantiche disparate) è più di ogni altro in grado di incarnare simbolicamente e di dare espressione a questo desiderio. Nell’impossibilità terrena di innalzarsi all’infinito, l’utilizzo di strumenti empirici come specchi e piccoli pannelli solari per convogliare la luce del sole e tentare così di catturare, fosse anche solo per un istante , un piccolo frammento o un riflesso lontano di quella potente e impenetrabile fonte di   vita, di leggerezza… di libertà.

Davide De Bona

 

 

2007 | “Differenti viaggi” Opere recenti

“Attraversamenti” ITIS “G. Segato”, Belluno

Non avrei accettato di introdurre questa mostra di Flavio Da Rold se non esistesse fra noi un’area comune di riferimenti artistici che del resto è anche alla base del rapporto di amicizia che ci lega.

Ho conosciuto Flavio nei primi anni Ottanta nell’ambito delle attività che si svolgevano a Belluno intorno alla galleria “ArteTre”, gestita allora in via Garibaldi da Antonio Da Rold.

Ricordo certe sue ampie tele di quegli anni, opere che si collocavano nell’ambito dell’informale e che risentivano fortemente della grande e basilare scuola che Flavio negli anni Settanta aveva frequentato nello studio di Antonio Bassetto. Ricordo i cromatismi intensi, l’eleganza franta e contorta delle forme, la carica espressiva dirompente.

Col passare degli anni, però, la ricerca di Flavio si è evoluta in una direzione radicalmente nuova ponendosi in confronto con le spinte più coraggiose e innovative dell’arte contemporanea. Flavio ha accettato una sfida difficile e affascinante: quella che pone l’arte al di fuori degli spazi tradizionalmente deputati, negando per esempio l’idea di “quadro” come opera compressa nell’ambito dalla cosiddetta cornice.

Le sperimentazioni più significative che si sviluppano in particolare nella seconda metà del Novecento a partire dagli anni Sessanta con le neoavanguardie, vanno proprio in questa direzione e intendono rompere la classica separazione fra arte e mondo esterno.

Quelle che vengono chiamate “installazioni” sono prima di tutto questo: una forma d’arte che rompe i confini, che deborda e si fonde con la realtà esterna, che interagisce a volte armonicamente, ma alte volte conflittualmente, con lo spazio circostante.

In tal modo anche chi osserva l’opera è messo nelle condizioni di assumere un atteggiamento diverso, non può più rimanere immobile e scrutarla dall’esterno o da una prospettiva privilegiata, deve in un certo senso penetrare dentro l’opera, deve

entrarvi così come si entra in una piazza o in una città; toccarla, modificarla, insomma può interagire attivamente e diventare addirittura parte di essa. Inoltre: l’arte non si pone più come oggetto “speciale”, fuori dal tempo: diventa qualcosa di deperibile, evento momentaneo e precario, ha una vita limitata al periodo dell’esposizione. L’arte insomma, più che nell’oggetto in sé, nell’opera finita, acquista valore in base all’idea alla quale rimanda, vale come gesto, azione, operazione concettuale grazie alla quale si mette in moto un meccanismo di moltiplicazione dei significati…

Flavio Da Rold ha operato per anni in tale direzione, con coerenza e originalità. E per questo, insieme ad alcuni compagni di viaggio, ha dato vita ai “Portici inattuali”, rassegna che si è ripetuta a Sitran d’Alpago dal 1989 al 2001 con la partecipazione di artisti provenienti da varie parti del mondo. Sto parlando di quello che ritengo essere stato negli anni recenti uno dei più significativi eventi artistici del territorio bellunese, non solo per la qualità delle opere proposte, ma soprattutto per il carattere innovativo e sperimentale che l’ha caratterizzato. Come sanno bene coloro che hanno avuto l’occasione (e la fortuna) di essere presenti quando questo piccolo grande miracolo puntualmente si ripeteva fra i cortili, i fienili, le antiche abitazioni e, appunto, fra i portici di Sitran, le opere d’arte assumevano una forma quasi fantasmatica, aleggiavano impalpabili e dialogavano in modo attivo con l’ambiente circostante diventando, anche se solo per qualche giorno, quasi parte integrante di esso.

Erano installazioni, oggetti fuori da ogni schema, a volte quasi soltanto sottilissimi giochi di luci, echi di suoni… (E io sono fra chi continua a coltivare la speranza che eventi simili possano ancora ripetersi, magari fra le strade del centro storico di Belluno, per esempio grazie al festival “Filo d’Arianna”…).

Nel contesto del sodalizio con questi compagni, Flavio Da Rold approda anche alla Biennale di Venezia e successivamente, con Giorgio Vazza e Gaetano Ricci realizza a Belluno l’installazione permanente “DNA Conchiglia Cattedrale”, opera collocata nel parco dell’ospedale civile, una struttura che sembra avvitarsi verso l’alto, che si può intravedere facilmente anche dall’esterno.

Nel seguire questi percorsi, tuttavia, Flavio mantiene un importante filo di continuità: non perde mai di vista il lavoro sul colore, che è alla base di ogni ricerca che si possa definire “pittorica”.

Ricordo a questo proposito, ma in riferimento ad opere che non sono esposte in questa occasione, il suo insistere sul blu e sulla ricerca di una tonalità di blu particolare fra le mille possibili, un po’ come Yves Klein che arrivò addirittura a brevettare la tonalità di blu a cui era pervenuto.

La componente cromatica è stata dunque sempre all’orizzonte della ricerca di Flavio, non c’è da stupirsi allora se le opere di questa mostra ripropongono in gran parte l’elemento pittorico. Sono “pitture”, ma attenzione: sono pitture che nello stesso tempo rivelano una consapevolezza diversa.

Sono quadri che rimandano ad altro, riprendono momenti di passate o future installazioni, ma soprattutto alludono a un gesto, a un’azione: quella del camminare. La più recente ricerca di Flavio è infatti basata su un elemento modulare: un’umile “forma” di scarpe, di quelle che un tempo usavano i calzolai.

Flavio assume questa “forma”, che – si badi – non è una scarpa, ma la struttura di legno sulla quale veniva modellata la scarpa, quasi il suo fantasma, un calco; e, ripetendola all’infiinito, la trasforma in archetipo, in simbolo polivalente che allude all’idea problematica del cammino. Ed è in tal senso che Angelo Bertani, parlando di queste opere, vi individua un “riferimento simbolico universale” e aggiunge: “segni dell’arte come della vita, queste forme sono dunque segno delle nostre speranze ma anche delle nostre sconfitte”.

Queste opere partono da precisi riferimenti autobiografici, e in particolare da ricordi d’infanzia (il padre di Flavio è stato un calzolaio) e si presentano come la solidificazione di un ricordo, diventano veicoli che trasportano da un passato remotissimo l’odore del cuoio, i rintocchi del martello sui chiodi, la vita umile di tanti anni fa; ma nello stesso tempo possiedono una chiara valenza allegorica: rappresentano il viaggio, un viaggio polimorfico, da intendersi nelle sue più diverse accezioni… E di esse, una fra tutte può essere utile sottolineare: forse Flavio, mostrandoci le forme archetipiche del cammino, intende raccontarci il viaggio della pittura che vuole uscire da se stessa e tendere verso una diversa dimensione dell’arte.

Anche la tecnica usata allude a tutto questo. Le opere, più che a pitture compiute, fanno pensare alle “sinopie”, cioè ai rossastri disegni iniziali sui quali successivamente viene realizzato l’affresco, fanno pensare ai cartoni, ai lavori preparatori sul modello degli antichi artisti-artigiani del Medioevo e del Rinascimento.

Più che pitture, allora, sembra di vedere “progetti di pittura”, ipotesi, idee sul punto di prendere forma.

Operando in questo senso, mostrandoci la sinopia al posto dell’affresco, Da Rold porta alla luce ciò che solitamente è nascosto, lo strato profondo e sotterraneo dell’opera colta nel suo stato nascente: la sua natura incerta e precaria.

Siamo a una sorta di denudamento della pittura, siamo su un terreno liminare, quello di una pittura che nello stesso tempo vuol’essere una “non-pittura”, una pittura instabile e cangiante che intende fare i conti con prospettive più ampie, versanti di apertura e di problematicità.

In questa bellissima mostra, infatti, si può vedere come i quadri dialogano con gli stessi oggetti ai quali rimandano. Alle “forme” dipinte si alterano “forme” vere. Aggirandovi per le sale, e specialmente in quella del museo, troverete proprio l’epifania della “forma”, a sua volta travestita e trasformata in altro. Troverete insomma un gioco di specchi misterioso e affascinante in cui vi auguro di perdervi e di ritrovarvi.

Belluno 28 aprile 2007

Alfonso Lentini

 

 

2006 | Viaggio come ricerca di una forma

“In Viaggio” Galleria Izolzbeni Salon Izidor Krsnjavi, Zagabria (Croazia)

Flaviomostra

Quello che Flavio Da Rold ci propone, in modo sempre nuovo, è ancora una volta un viaggio: nella memoria, nell’interiorità, nell’arte. Il mezzo che ci offre per compiere insieme a lui tale avventura dello spirito non è uno strabiliante e sofisticato mezzo tecnologico, non è il più recente segno dell’inarrestabile progresso, ma semplicemente un’umile forma per scarpe, di quelle usate un tempo dai calzolai. Tale oggetto, chiaramente simbolico, è stato recuperato dall’artista nella profondità della memoria, nell’ambito geloso della sua infanzia, nel ricordo del padre calzolaio che, quasi fosse il protagonista di una fiaba antica, preparava per gli abitanti del suo paese gli stivali delle sette leghe adatti a resistere agli assalti della vita quotidiana: bastava scegliere la forma giusta, quella più adatta al bambino, alla donna o all’anziano, dare alla scarpa un’aggiustatina qua e una là ed ecco che tutti potevano riprendere sollevati e appagati la loro via.

Flavio Da Rold evidentemente ha voluto far assumere a quelle forme per scarpe un riferimento simbolico universale, quello che rinvia alla ricerca stessa di una forma. Del resto qual è l’obiettivo più importante, nella vita come nell’arte, se non la ricerca di un equilibrio, di un frammento di assoluto, di una forma sia pure contingente nella quale per un momento ritrovarsi? Ecco allora che l’artista ha fatto prendere alla forma per scarpe la pelle dell’esperienza esistenziale ed estetica attraverso una serie virtualmente infinita di significative variazioni e di mutazioni: quella forma ora si carica di segni e di immagini di viaggi fantastici, ora invece prende la trasparenza spirituale del blu, ora si ricopre di vetri sfacciatamente sgargianti, ora al contrario pare essersi bendata una ferita. Segni dell’arte come della vita queste forme sono dunque segno delle nostre speranze ma anche delle nostre sconfitte.

Alla fine dell’itinerario espositivo l’artista ci pone di fronte a sei carte dipinte, a sei grandi icone: le forme per scarpe, ora spoglie ed essenziali, stanno appese ad un chiodo, due a due, e mostrano solo se stesse. Come a dire che sta a ciascuno di noi scegliere se intraprendere il viaggio della vita e dell’arte da protagonisti attivi: basterà staccare simbolicamente dal chiodo quelle forme e voler credere che gli stivali delle sette leghe esistono davvero.

Angelo Bertani

 

 

2004 | Viaggio In-Forme

“VittorioArte 5” 5° Rassegna Internazionale d’Arte Contemporanea, Vittorio Veneto (Treviso)

 VV02L’articolato lavoro proposto in questa occasione da Flavio Da Rold è in realtà una memoria di viaggio e un invito al viaggio. Naturalmente il viaggio di cui ci parla l’artista non è del tipo di quelli esotici ed evasivi proposti dalle agenzie, ma piuttosto di quelli che ciascuno di noi, ogni tanto, dovrebbe fare dentro di sé.

Flavio Da Rold nel suo itinerario artistico a ritroso ha riscoperto un luogo della sua infanzia, la bottega del padre calzolaio popolata da decine e decine di forme per scarpe. Di volta in volta quelle forme di legno dovevano essere adattate alla crescita del piede dei bambini o all’insorgere di acciacchi nei clienti più anziani,ed ecco allora che Da Rold ha pensato bene di far assumere ad esse un significato estensivo e universale collegato al ciclo stesso della vita. Su alcune mensole bianche, rosse e blu {colori evidentemente simbolici del ricordo, della vita e dell’interiorità) l’artista ha collocato le forme-oggetto che nel confronto tra originario-autentico (le forme in legno) e attuale-costruito (le forme bianche e quelle blu) rinviano alla stessa funzione dell’arte come espressione intima e pregnante dell’esistenza. Ma se è vero che i piedi e poi le scarpe da sempre ci hanno permesso un rapporto mobile e ricco con il mondo, è anche vero che l’arte oggi ci offre in modo diverso la stessa possibilità, basta calzarla (farla o comprenderla) nel modo giusto. Ed è dunque naturale che l’intervento di Da Rold trovi il suo culmine nel dittico in cui compaiono, icastiche, le stesse forme per scarpe: si tratta in fondo di un’icona dedicata alla vita come viaggio, interpretazione questa in cui tutti possiamo riconoscerei pur non prendendo nessun aereo.

Angelo Bertani

 

 

2000 | Reliquiari

Hicetnunc Rassegna di Arte Contemporanea, San Vito al Tagliamento

In quattordici teche color cielo (un cielo di lapislazzuli, di assolutezza) Flavio Da Rold ha voluto racchiudere e custodire alcuni segni della memoria storica: semi di cultura antica, testimonianze di duro lavoro, parole della lingua dei padri.

L’artista con quest’opera ha inteso anche rendere un omaggio al Pasolini friulano, quello delle Poesie a Casarsa e del Sogno di una cosa, e dunque ha collocato le sue teche della memoria, i suoi reliquiari, nel giardino del palazzo che vide le agitazioni contadine e la firma del Lodo De Gasperi. Come tutti i reliquiari anche quelli costruiti ora dall’artista bellunese custodiscono qualcosa di sacro, qualcosa che dal tempo e dai giorni, attraverso la morte, si è sublimato in una dimensione assoluta, individuale e collettiva: << l ài jodùt il mond / doventà veciu intor di me, / e jo i resti zòvin. / Al ven veciu e a no’l mòur / il mond dulà che jo / i ài sempri chel stes valòur>>  (Ho visto il mondo diventare vecchio intorno a me, e io resto giovane. Diventa vecchio e non muore, il mondo dove io ho sempre lo stesso valore).

Angelo Bertani

 

 

1999 | Paesaggi dell’Anima

Beneska Galleija, Cividale del Friuli (Udine)

Per Flavio

Tanti e tanti ne ho veduti. A piedi, in bicicletta, su pullman a due piani riciclati e rossi. Li ho visti paralizzarsi di fronte a un certo paesaggio toscano. Più precisamente quello racchiuso in un’area che da Montepulciano sale fino a Siena e triangola con il Monte Amiata, la Montagna come dicono da quelle parti. È un paesaggio duro, essenziale, fatto di colli cretacei e terrosi. La luce ne cambia i connotati di ora in ora. Le quattro stagioni ne fanno quattro pianeti opposti l’uno all’altro. È un paesaggio pericoloso. Per il viandante è una specie di scoglio delle sirene dove, per proseguire il viaggio, è necessario tapparsi, anzichè le orecchie, gli occhi. Si pensa di essere a casa; finalmente un luogo dove il semplice guardare riempie di significato ogni secondo dell’esistenza. Finalmente belli, perchè parte del bello. Ciò che non è quei luoghi appare come inabitabile, periferia sconclusionante, baraccopoli senza capo nè coda. Per lo spirito inquieto è un paradiso smisurato dove cullare l’illusione di una sintonia tra il fuori e il dentro di sè. È un paesaggio incantatore che abbandona chi guarda sull’orlo delle parole; il significato è lì, evidente, nello stupore continuo che ti abita, ma si può esprimerne il senso solo guardando e guardando senza posa. Sulla faccia si stampa il sorriso dei Lotofagi. Tutto rallenta: tempo di reazione, ritmi, funzioni vitali, bisogni. Sei fatto! Fatto di paesaggio. Miracolato da una overdose di sguardo dalla quale solo una provvida sventura può liberarti, togliendoti di lì. Oppure l’ascolto di una voce dentro che, contravvenendo ai sensi, inietta un dubbio: che c’è un momento per lo sguardo e uno per l’azione. Che la “casa”, ogni casa, è una galera per lo spirito; che nemmeno il più saggio dei Tre Porcellini sfuggirà a un destino racchiuso nello sputo di poche decine di anni. In quel triangolo delle Bermuda dell’azione chi scrive, come molti altri in quegli anni, è vissuto e come quei molti altri ha portato ovunque il suo sguardo, nella ricerca di un luogo che comprendesse tutte le visuali e lì sedersi appagato. Illusione. In simili circostanze, dettate da tali luoghi, il pittore è il solo che possa concedersi il lusso della lucidità: il tempo dello sguardo è per lui il tempo dell’azione. Contemplare è agire. Tra gli inebetiti affacciati ai davanzali e ai muriccioli, con lo sguardo perso nel perso, lui solo, il pittore, raccoglie il frutto di quella semina formidabile; ne gode e ne fa godere senza i malanni collaterali che affliggono le torme di incantati. Senza la disperazione del fotografo che confondendo gioia con piacere, stupore con abitudine, mitraglia di scatti quei colli, quelle geometrie che, come certi santi eremiti, nulla lasceranno sulla pellicola di impresso che non la salma di un ricordo impreciso e insoddisfatto. Per chi ha lo sguardo rapace quelle valli sono una maledizione, come a voler plasmare il mercurio. È sulle carte dipinte e sulle tele che quei luoghi si concedono. È lì che il paesaggio diventa interiore e si rivela. Ed è una faccenda che ci riguarda tutti, non solo il pittore. È lì che, forse, si disvela senza angoscia il momento estetico, quello dello stupore e dello sguardo, come fu inteso da un lucido veggente: “l’appressarsi di una rivelazione che non si attua”. Forse solo chi ha affrontato quel paesaggio con la conoscenza del segno e della luce può vivere altrove senza sentirsi come disabitato. Vivere altrove senza il tarlo di essersi, chissà, distratto proprio nell’attimo in cui l’impensabile avvenne.

Moreno Miorelli

 

 

1996 | Atracchi

Appoggiare l’ orecchio alla clessidra e ascoltare il tempo, Agrate Brianza (Milano)

Carotaggio.

Esibire lo stupore della scoperta, questo il senso del Carotaggio di Flavio Da Rold. L’operazione, mimata nel progetto dall’estrazione di un tassello colorato dalla sfera buia di un’anguria, consiste nella presentazione di un parallelepipedo di plexiglas riempito di strati di sabbia di colore diverso, proposto come imprevedibile esito di un carotaggio eseguito nel terreno, che presenta infatti uno scavo di uguali dimensioni. Il colore come segnale di alterità ricorre negli interventi di Da Rold, che se ne serve come citazione di una natura inevitabilmente culturalizzata. Lontano dagli spazi aperti del continente americano, teatro ideale della Land-art, l’artista europeo può utilizzare la terra come alfabeto di una sua fabula, non come piano di scrittura: con un’intenzionalità affine per certi versi alla proposta dei Non­site di Robert Smithson.

Marina Pizziolo

 

 

1995 | Memorie e attese

1895-1995 XLVI Biennale lnternazionale d’Arte Venezia, Villa Pisani Strà (VE)

Il Castello d’Amore congiunzione dei desideri è davanti a lui.

Flavio Da Rold ha disposto l’Assedio: schiere di armati, compatte ed allineate attendono impazienti il segnale dell’assalto.

Ma la sola forza delle armi non può espugnare le mura.

Giuseppe Raffaelli

 

 

1994 | Muri

Esterno Interno Parco e Villa Borgia, Usmate (Milano)

Dalla natura al simbolo è il passaggio che ritroviamo anche nel lavoro di Flavio Da Rold dove, però, ciò che determina lo spostamento è dato dall’utilizzo di cromie sature e vivaci, di “buchi” e spazi disegnati dall’ articolazione delle strutture architettoniche, che subiscono un processo di oggettivizzazione e colorazione per trasformarsi in altro da sé, quasi a suggerire una soglia bassa di attenzione sul mondo. Qui i colori sono ancora legati alle materie naturali, le superfici, di natura pittorica, sono ruvide e opache, ma nel cubo blu-azzurro già si presagisce il futuro abbandono della parete e l’approdo a una dimensione più Iudica.

Sabrina Zannier

 

 

1987 | GRUPPO ZED

Prima Expo Arte del gruppo Palazzo delle mostre, Longarone (Belluno)

Gallerija Studentskog Centra, Zagabria (Jugoslavija)

Alla pittura Da Rold affida, anzi tutto, il compito di liberare le pulsioni del corpo e, attraverso i valori cromatici, stabilire una nuova gerarchia dell’immaginario, un «mondo rovesciato» o metaforico il cui racconto è narrato per accostamenti di tono, velature, fusioni, rotture, avanzamenti, sfondamenti di piano, attraverso una grammatica rigorosa, attenta, sempre tesa a costruire un «intreccio» a più voci, come in una modulazione polifonica le cui partiture si rispondono, si rincorrono sino a coincidere in una sola tonalità finale che tutte le contempera. Vi è in Da Rold uno «stupore», uno scoprire progressivamente l’opera nel suo farsi; attimo di passione e piacere, gioco in cui l’Altro (Narciso) ama esporsi, esibirsi sulla tela/specchio, luogo della liberazione ove tutto il possibile ha preso corpo.

Francesco Aliprandi

 


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